In questi ultimi giorni d’estate vogliamo restituirvi la buona musica e le vibranti atmosfere di un’estate vissuta immancabilmente live con il nostro giro d’Italia in 80 festival! Oggi vi proponiamo i primi due giorni di un festival che ha incendiato Noto e un buon pezzo di Sicilia nel weekend più lungo di agosto (dall’11 al 14). Ce lo racconta il nostro Daggiox (al secolo Daniele Giorgi), architetto che ha prestato braccia e gambe all’elettronica e che in questo post, sebbene senza foto, riesce persino a farci vedere qualche alba.
Buona lettura!
Trattenuti nel meraviglioso centro storico di Noto da una movida degna della Madrid degli anni 80, arriviamo all’apertura del Not Fest con un po’ di ritardo … Dico arriviamo perché la “location” non è proprio centralissima. Mezzo privato+ampio parcheggio o bus navetta sono il prezzo da pagare per avere spazi grandi e isolati in cui sparare la musica a tutto volume fino all’alba ballando come ossessi. Perché questo è quello che si è fatto al Not Fest per quattro giorni dalle 22 alle 6 del mattino. Appena arrivati ci ha colpito molto l’allestimento, molto curato per quanto asciutto ed essenziale. Grafica alla Space invaders, frecce rosse, fondi bianchi, luci colorate ma tenui e giuste per le zone relax con grandi panche su cui sedersi, sdraiarsi, accucciarsi o in generale decomprimere i ritmi elettronici dei dj set. Un bar con prezzi modici e un chiosco di prodotti tipici di rosticceria fornivano ristoro agli irriducibili della danza. Sarà perché viviamo in un mondo di immagini ma l’elemento più forte di tutto il festival (abbiamo partecipato a tutti e quattro i giorni) ci è sembrato quello delle proiezioni e dei visual effects. Due casolari abbandonati, trasformati in mega schermi per videoproiezioni, facevano da controcampo al dance floor accompagnando per tutto il tempo la musica. Immagini armoniche, astratte e figurative, colorate, animate che insieme a quelle proiettate sui tre grandi schermi del palco hanno fatto la differenza mettendo Noto al centro di un panorama internazionale globale che parla di musica e di arti visive. Per questo mi sembra giusto citare, dal flyer della manifestazione, Rielax e VJ Kar per i visul effects, e VJ Nero e Vj Nick per i mapping. In questa cornice molto ben studiata, aiutati da una brezza fresca che ci ha fatto cercare la felpa all’ora di uscire, nell’estate più torrida del secolo, abbiamo ballato, sudato, bevuto, mangiato e conosciuto gente con una colonna sonora il cui unico difetto, forse, è stata l’eccessiva varietà che spesso ci ha costretto a repentini cambi di mood. Il poderoso sound system del festival (altro punto di forza della rassegna) ha infatti fatto da minimo comun denominatore ad una selezione di artisti che tra live e dj set, in alcuni momenti ha rasentato la schizofrenia come quando in una stessa serata, la terza, si sono alternati Colapesce e Apparat o quando, nella seconda, si è passati dall’etnico balcanico di Shantel & Bucovina Club Orkestar a Benji Boko. Nella prima serata, siamo arrivati in 4 e nonostante lo spazio fosse grande, nonostante l’alcool e la poca luce nessuno di noi si è mai perso… il pubblico era effettivamente poco. L’affluenza è andata aumentando di sera in sera e il 14 agosto il nostro gruppo era composto da 11 persone che si sono lasciate magicamente andare in un bagno di folla.
Il festival apre con una tripletta di DJ: Nickodemus, Joyce Muniz – unica fantastica donna della serata – e Lone Dj che ha sostituito dj Martin, unico cambio di programma in quattro giorni, un plauso agli organizzatori. Nick de Simone, da New York, in realtà ha giocato in casa perché di origine siciliana. Sarà stata l’aria di casa o la reminiscenza del sapore atavico della mandorla della Sicilia orientale, ma il DJ ha scaldato in maniera particolare il dance floor donando al festival una degna apertura e a tutti noi un’ora di puro godimento dance. Al Not Fest, Nickodemus ha portato l’esperienza maturata dal 1998 nei parties “Turntables On The Hudson” un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati niuiorchesi di club music.
La platea riscaldata da Nickodemus è stata passata alla indimenticabile Joyce Muniz. Sarà stato l’orario giusto, la temperatura perfetta, l’audio poderoso o non so che, ma la Muniz ha reso i nostri corpi leggeri ed agili e li ha accompagnati in movimenti sempre più rapidi ballando essa stessa dalla consolle come se fosse stata tra di noi. Sound morbido con accenni disco, qualche interpolazione reggae, tanto ritmo house e una presenza scenica degna di una star pop hanno reso indimenticabile la performance della bella brasiliana. I pezzi suonati dalla Muniz sono stati puntualmente doppiati dalla voce ferma e forte di un vocalist d’eccezione, N.8 dei Jungle Brothers. Un guest che si è fatto sentire e soprattutto vedere intrecciando i suoi muscoli a quelli della platea in una danza che ha mescolato il Brasile delle origini della Muniz alla Vienna sperimentale in cui l’artista tutt’oggi opera.
Infine abbiamo visto l’alba con Lone dj che ha preso possesso della consolle alle 3 e un quarto del mattino. Lo smilzo giovanotto inglese ha saputo fare tesoro della positiva eredità della Muniz inasprendo il sound, l’orario lo permetteva, e facilitando l’opera del demonio della danza che ci ha posseduti tutti fino a mattina. Il calore latino del Brasile ha lasciato via via il posto ad algide sonorità elettropunk e techno facendoci viaggiare dalla Terra del Carnevale ad un vero e proprio Rave Britannico. L’applauso finale è stato d’obbligo. Un po’ innervositi dalle luci monodirezionali dal palco sulla pista, ma molto felici per la musica ascoltata siamo andati a dormire sapendo che tra noi e il secondo giorno di festival c’era solo una fantastica giornata di mare nella Riserva di Vendicari.
La seconda sera abbiamo avuto la lucida intuizione di voler saltare i live. Senza nulla togliere alla qualità degli artisti on stage, riteniamo che il mood da festival di musica elettronica sia poco conciliabile con l’offerta acustica di alcuni nomi di scuola cantautorale o folk etnica che la direziona artistica ha voluto includere nel programma del festival. Arriviamo sull’ultimo Live quello di Shantel&Bucovina Club Orkestar. Per chi come me è figlio degli anni novanta ed è sopravvissuto a Goran Bregovic ed Emir Kusturica, il baltico in salsa elettro è un po’ troppo… in effetti io e il mio amico ultratrentenne abbiamo schiacciato un pisolino sulle panche mentre un esercito di ventenni indemoniati ballava felice! A conferma del fatto che siamo stati noi a trasferire sul povero Shantel vecchi traumi adolescenziali, c’è il curriculum di tutto rispetto dell’artista, oltre a dichiarazioni come quella di Vogue che ha scritto Shantel & Bucovina Club Orkestar è probabilmente la più promettente serata ed idea musicale dall’avvento dell’acid house”… decisamente Vogue non è la mia bibbia! Nel cuore della serata un cambio di scaletta ha messo in crisi gran parte del pubblico. L’esibizione di Daddy G (Massive Attack) è stata posticipata in chiusura mente Benji Boko è stato anticipato ereditando i ritmi gitani di Shantel. Il giovane inglese, vogliamo pensare per inesperienza e non per presunzione, ha portato avanti il suo spettacolo senza considerare che la sua performance è iniziata alle tre di notte, dopo tre concerti (di cui l’ultimo di musica Balcanica) e prima della performance di un mostro sacro della scena elettro. Benji Boko è arrivato, si è esibito ed è andato via come se la serata fosse solo la sua… il risultato è stato la decimazione del pubblico. Va bene i ritmi poliedrici e la contaminazione ma il ragazzo ha mescolato al limite della cacofonia. Pochi riuscivano a ballare (grazie alla magia nera secondo me) perché il ritmo non era costante per più di 30 secondi, se avesse mescolato qualche pezzo di sinfonica almeno avremmo riso, invece niente: niente ironia, niente sensibilità, niente sogno, niente ballo. Sicuramente non era in serata visto il successo in patria. Tardi, tardissimo, davanti a poche persone sfinite dalla doppietta Shantel/Boko, si è esibito Daddy G. E qui non c’è stato gioco, non c’è stata inesperienza, non c’è stata mania di protagonismo, non c’è stata schizofrenia mascherata da eclettismo. Solo sound, libero, maturo, dominante, in linea (solo i grandi ci riescono) con un mood sfibrato, stanco ma che l’artista è riuscito a sentire, assecondare e a trasformare positivamente… mentre intorno a noi faceva di nuovo giorno.












